La vera, profonda e primordiale differenza – prima puntata

Il fatto che tutti fossero abbastanza diversi da me ma molto uguali a loro stessi, che fosse un’isola uscita da poco da un suo personalissimo quanto solitario medioevo, che per arrivarci ci ho messo 12 ore di aereo e che appena sbarcato ho trovato un pulmino con su il logo del locale in cui stavo andando a suonare dovevano mettermi in guardia: quel che avrei trovato sarebbe stato TOTALMENTE differente da quello che avevo visto fino a quel momento.

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Ad esempio il primissimo impatto con le autorità aeroportuali. I cartelli della guardia di finanza che negli aeroporti di tutto il mondo ricordano che per un certo numero di bottiglie di alcolici o profumi immessi nel paese si pagano dei dazi. In Italia mi pare di ricordare che il cartello mostri una figura stilizzata di un finanziere e sotto, con scritte chiare e leggibili, le tasse da pagare. In Giappone è uguale. A parte il finanziere…

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Ma per capire quale fosse la vera, profonda, primordiale differenza tra le nostre due culture ci avrei messo ancora un po’.

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Inizialmente si rimane a bocca aperta soltanto guardandoli vivere. Gesti come guidare, comprare qualcosa in un negozio, bere una birra con un amico o semplicemente portare un pacco evidenziano una serie di piccolissime differenze, nascondono un’attenzione tutta orientale per il piccolissimo, per il dettaglio. Il pacco si tiene con due mani, con la faccia seria di chi sta facendo un’operazione a cuore aperto. Il taxi si guida con i guanti bianchi. Alla cassa dei negozi ci sono due vaschette, una per i soldi, una per la merce e il resto. Nessuna delle due parti ritira niente prima di una dozzina di inchini e  uno sguardo di accordo, come dire – tu hai messo li 1000 ¥ – inchino – io ho bilanciato con un pacchetto di sigarette da 600 e 400 di resto – inchino – i piatti della bilancia sono pari? giusto? affare fatto? – inchino – arigato – inchino. Magnifico!
Tutto sembra muoversi senza fretta. La sensazione che il Giappone da è quella di un meccanismo che funziona, di una tribù in grado di far funzionare la propria isoletta.
Sembra tutto talmente uscito da un cartone animato che inizio a credere a Godzilla. Il fatto che non lo abbia ancora visto dal vivo non è importante: se questi giapponesi cosi precisi e scrupolosi ci hanno fatto un film, Godzilla  deve essere da qualche parte oltre il Fujiyama, magari in un parco naturale dove continuano a costruire città da fargli distruggere…

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Nella mia ricerca di quale fosse la vera, profonda e primordiale differenza tra le nostre due culture ho avuto la straordinaria fortuna di trovarmi nel bel mezzo della festa della fioritura dei ciliegi (Sakura), festa che possiamo paragonare al nostro natale per il trasporto con cui i giapponesi la vivono.

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Per tutto il periodo della fioritura la gente va a  fare picnic sotto i ciliegi. Qualcuno mangia, ride con gli amici, altri in silenzio guardano i fiori. Forse pregano, non so. Dovrebbe corrispondere alla messa di natale e genera un interesse mediatico pazzesco. Per i parchi cittadini ci sono troupe televisive intente a riprendere i rami colmi di fiori. In una settimana ne abbiamo viste parecchie. Mandano poi i servizi nei tg nazionali, dicendo: – anche al parco Ueno i fiori sbocciano, a voi studio – seguono 30 secondi di immagini di rami mossi dal vento. Musica tradizionale giapponese in sottofondo. Non so se questo sia sufficiente per capire lo Shintoismo, ma essere stato a contatto con  una spiritualità animista, diffusa, non strettamente organizzata in culti formali, mi ha regalato un senso di pace potentissimo.  Tutto è risolvibile, tutto si può riparare. L’insieme di atti impuri, di sbagli – il corrispettivo dei nostri peccati – è detto kegare, sporcizia, e come tale si può lavare via. Tutto è diretto e semplice. Nessuno vuole imbrogliare nessuno. I ciliegi che sbocciano rappresentano la vita che si risveglia. Niente morteCruentaLacrime perTreGiornituttiTristi(tristi?) poimprowisamente E’risortoE’risorto EWIvaE’riSorto tuttiaTavola uCCidiamounaPiccolaPecora. NO. No complicazioni, no sovrastrutture. A primavera si festeggia la rinascita, è owio, non c’è bisogno di inventare una storiella per giustificare la festa. Se proprio si vuole trovare un festeggiato allora si può rivolgere lo sguardo al primo albero che fa i fiori, il ciliegio appunto. Questo tipo di spiritualità, forse un po’ sciamanica e panista, da la sensazione di essere il risultato di un’accuratissima osservazione della natura. Senza avvertire il bisogno di andare altrove per trovare le risposte.
In buona sostanza noi crediamo in una complessa allegoria sceneggiata attorno ad un brav’uomo mediorientale nato un paio di millenni fa, bianco, ottimista e un po’ hippie che va a finire inchiodato ad una croce per resistenza a pubblico ufficiale, mentre loro ringraziano i ciliegi per essere fioriti anche quest’anno…

Oppure non ho capito niente e il Sakura a loro piace solamente perchè le strade si riempiono di colore in maniera massiccia e inaspettata. Cosa che ai nipponici sembra piacere tantissimo.

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Maestri di decorazioni, piccolissime e non. Si dice che furono gli inventori della carpa da parati…

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Tutto è esageratamente grande o esageratamente piccolo. Tutto sembra antico e modernissimo. I bambini, in divisa da studenti, hanno cartelle tutte uguali. Sono di cuoio e sembrano uscite dal libro cuore. Probabilmente contengono mazzi di iPad. Le macchine appaiono tendenzialmente futuriste e moderne mentre i taxi (N.B. quelli liberi hanno la scritta rossa, quelli occupati verde) sono vetture anni ’70 con gli specchietti in fondo al cofano…

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Ma nonostante ciò sentivo che la vera, profonda e primordiale differenza tra le nostre due culture non mi era ancora stata rivelata. Vedevo tutto come un postulato, come un riflesso di ciò che ancora mi sfuggiva. Doveva esserci una piccolissima ma fondamentale alterazione del DNA morale in questo popolo, alterazione responsabile di aver sviluppato una società funzionante, matura e consapevole. E avevo intenzione di scoprire quale fosse_ [..to be continued]

di cerotti, lavandini, zucche durissime e promesse mantenute

cerottoNon usavo un cerotto da almeno vent’anni. Non ne ho piu sentita l’esigenza. Non perchè volessi fare il chucknorris della situazione o perchè non mi tagliassi mai. Non li usavo perchè li credevo inutili. Il cerotto della mia infazia era un menzognero che prometteva di tenere il tuo graffietto al sicuro da pericolosi batteri per ore ed ore di gioco spensierato mentre invece finiva per rivelarsi un goffo adesivino bucherellato che durava attaccato alla pelle si e no 5 minuti! I cerotti (assieme ai lavandini con la fotocellula che si attivano quando togli le mani e smettono di erogare acqua appena le rimetti sotto il getto) sono tra le piu grandi delusioni della mia infanzia!

_deluso dai cerotti iniziai a suonare il Basso_

bass clefIl basso elettrico mi sembrava affidabile e sincero. Lui non mi avrebbe promesso cose che poi non sarebbe stato in grado di mantenere. No, lui faceva bum bum sotto alle canzoni che mi piacevano! Lui chiedeva poco e dava molto. E’ con queste promesse che mi ha rapito e fatto suo. E più il tempo passava e più scoprivo la profondità e la complessità di questo strumento. Così ho iniziato a cambiare Basso ogni sei mesi! Posso dire, come Rocco in vestaglia, che ne ho avuti molti, anche tre alla volta. Li ho comprati e venduti, prestati e regalati, me li sono fatti rubare e li ho modificati armato di cacciavite e martello. Un edonista del Basso elettrico! Ma gli anni passavano e ogni strumento che mi capitava tra le mani mi lasciava sempre un po’ d’amaro in bocca…era sempre bello al 90% e non mi sono mai sentito pronto per “sposarmi” con un Basso!
– Oh, intendiamoci – ho avuto decine di strumenti magnifici che mi hanno fatto capire sempre piu profondamente quale è il MIO suono e cosa voglio da uno STRUMENTO, ma nonostante ciò la mia sete di qualcosa di piu a fuoco, di qualcosa di piu semplice e diretto, non si è mai placata.

zucca[interno, giorno, cucina, musica di sottofondo, un uomo sta tagliando della zucca]
– cazzo quanto sei dura amica zucca, non vuoi proprio finire nel soffrittino che sto preparando e scioglierti tra la cipolla e il pomodoro?
SssFFFFffTOK    <- suono di un affilatissimo coltello che sfugge dalla sua sede e si conficca tra l’unghia e la prima articolazione del pollice sinistro, che per pura coincidenza significa in lingua zucchese – “no, non voglio finire tra la cipolla e il pomodoro, grazie comunque per l’invito”.

AAAAhhhhhhh, quanto sangue, AAAhhh mettilo sotto l’acqua corrente….AAAAhhhh che male esce ancora un sacco di sangue, AAAhhhh scottex, nastro da elettricista, fagottone_ UUhhh, tranquillo, emergenza rientrata, accidenti che paura… si, ma ora come faccio ad andare alle prove? Non posso suonare con un pollice grande come una pallina da tennis! – Aiuto AnnaManna che posso fareeee?

– Se vuoi ho un cerotto! – fa AnnaManna dall’altra stanza
– Un cerotto? Ma guarda che non è un graffietto…. e poi ci devo suonare mica stare fermo!! Che vuoi che risolva un cerotto?!!! No guarda, passami la gaffa e strappa una manica alla camicia blu che risolvo in un attimo….
– UUhhh quante storie per un taglietto, ora mettiamo un cerottino e passa tutto

_cerottinosultaglio e il mondo non è più stato lo stesso_

Mi sono trovato sulla ferita una roba da film di fantascienza, trasparente, sottilissima, saldata al mio dito come una seconda pelle. Senza angoli che si alzano, perfettamente aderente, elastica.
Ci erano riusciti! Avevano risolto tutti i problemi. Finalmente, dall’intuizione di Earle Dickson del 1921, la tecnologia era riuscità ad arrivare dove il sogno umano si era spinto gia da anni! Funziona! Mi è rimasto appiccicato tutto il giorno, tenendo i lembi della ferita ederenti. La sera ci sono andato a nuotare e lui ancora fieramente resisteva. Addestratissimo ad affrontare intemperie ed ambienti ostili il cerotto del 2013 resiste sempre, sotto ogni attacco_ che bambini fortunati che vedo attorno a me, loro cresceranno con delle promesse mantenute, in un mondo che fa quel che dice di saper fare. I giorni seguenti, nel pieno turbine da “mi merito del progresso anch’io” contatto questa piccola liuteria artigianale milanese che produce strumenti in alluminio, la NOAH, che mi risponde entusisticamente! Vado a suonare i loro strumenti e provo la stessa sensazione che avevo provato col cerotto qualche giorno prima_ Funzionano! Rispondono al mio tocco in maniera incredibilmente dettagliata, hanno una chiarezza elegantissima, sostenuta da una panza solida e regolare. La forma è quella classica del precision ’51, le misure sono quelle, i bassi NOAH sono la risposta del 2013 al sogno di Leo Fender! Tutte le note basse hanno uguale peso, il sustain è poderoso. Spingendo un po’ si arriva facilmente ad una saturazione tipica del suono precision, quello di James Jamerson e Donald Duck Dunn per intenderci. L’alluminio usato per costruirli è lo stesso con cui fanno gli aerei, leggero e resistente. Il suono è inaspettatamente caldo, il metallo sembra avere più anima del legno! Completamente made in Italy. Non potevo partire per 4 concerti in Giappone con Sananda Maitreya e lasciare questo gioiellino in Italia! Così l’ho portato con me a Tokyo e Yokohama!

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Quest’esperienza giapponese è stata incredibile. I giapponesi sono persone meravigliose e colme di attenzioni. I bassi Noah suonano come il mondo si aspetta dal made in Italy.

p.s. – in Giappone i lavandini con la fotocellula capiscono esattamente quando sei sotto il rubinetto e vuoi l’acqua e quando hai finito e devono smettere. [Arigatooo]

il Dera

DeraLuca era un bambino silenzioso e riflessivo. O meglio, era silenzioso e riflessivo rispetto a me che ero bambino impulsivo e chiacchierone. Siamo cresciuti in un quartiere in cui le strade si chiamavano come nazioni. Via unione sovietica, via grecia, via svezia_ quando uno andava a giocare sotto il porticato degli altri veniva considerato un vero  e proprio straniero. Non sempre, non durante il gioco, solo dopo il danno. Solo quando il pallone andava a rompere un vetro, quando una bici graffiava una mercedes, quando un sasso scagliato per gioco colpiva sulla fronte la sorellina di un amico. Ecco, quando succedeva ciò lo “straniero” era il primo indiziato.

– Sei sempre te che fai casino, perchè non te ne vai a giocare nel tuo cortile? Questa è l’ultima volta che ci facciamo sgridare per colpa tua

E cosi periodicamente venivo ostracizzato da una via o da un parchetto. Succedeva una volta all’anno piu o meno. Cosi vagavo per il quartiere in cerca di una compagnia nuova con cui scorrazzare, dire cazzate e fare danni. (questa cosa dell’essere ostracizzato succede ancora oggi a dire il vero, ma ad una frequenza molto piu bassa e da persone sempre meno intelligenti, fortunatamente!) Cosi capitò che dopo via Ungheria (specchietto rotto con palla da baseball), via Canada (prato di sterpaglie dato alle fiamme con petardi fuori controllo) e via Repubblica Domenicana (semplice astio col bulletto in carica) mi ritrovai a frequentare via Jugoslavia.

La banda che si aggirava in questa via era pacifica, socievole e dagli interessi variegati. La frequentai dai 10 anni fino alla maturità, che in un quartiere periferico si raggiunge a 15 anni. Poi gli anni passano, si cambia città, si cresce e quelle persone con cui si è condiviso tanto svaniscono inevitabilmente. Poi arriva facebook e ogni tanto sbuca una richiesta di amicizia che sa di biciclette smontate, scarpe sporche di fango, magliette sudate, orari da rispettare, prime sigarette. Qualche giorno fa ho ritrovato questo ragazzino (ormai ex ragazzino) con gli occhi grandi e i modi gentili. E come sospettavo è diventato un adulto attento e intelligente, curioso e saggio. Fa il fotografo e il videomaker. Il suo sito si chiama come lui, Luca Deravignone. Le sue idee e le sue motivazioni sembrano essere rimaste giuste. pulite. sane_ bene il Dera!

Fine del monopolio della SIAE_

SiaeQualche anno fa ho avuto modo di toccare con mano cosa vuol dire monopolio, statalismo, burocrazia. Dovevo ordinare 1000 “bollini” alla siae. Era la prima volta ed ero un po’ emozionato. Vado allo sportello credendo si trattasse di un’operazione rapida, sbrigabile in giornata.  – signor Bardi la sua richiesta non può essere evasa prima di 3 settimane. Prenda appuntamento per ritirare i suoi “bollini” nel reparto stampe – mi disse la signorina allo sportello “bollini” alla mia prima gita in siae e ora mi trovavo nella sala d’aspetto del suddetto reparto stampe “bollini“. Con me altre 2 persone. Arrivato il mio turno mi consegnano l’agognato oggetto del desiderio. Dovete sapere che 1000 “bollini” siae si presentano come un rotolo di nastro adesivo, grande piu o meno come una donuts di McDonald. Il che, devo dire, mi ha deluso molto… 1000 “bollini” siae. Olografici. Luccicanti. Il sigillo papale della musica tramite il quale si diventa musicisti adulti. Professionisti, regolari, retribuiti. Facenti parte di un sistema che , in una maniera ancora a me non del tutto chiara ma sicuramente ruotante attorno al  “bollino” siae, ridistribuisce tutti i soldi che girano nell’ambiente musicale! Come una sorta di fontana del benessere con in ingresso “faredellabellamusica” e in uscita “unavitabbastanzagiata”. Dal mio punto di vista era una sorta di laurea in musica, un patentino per poter esercitare. Ora avevo i “bollini“!!! E mi ritrovo co sta ciambella… cazzo, me li aspettavo incartati uno ad uno, accompagnati da una lettera manoscritta del Magnifico Rettore della siae che mi metteva in guardia sui pericoli e le insidie di questa difficilissima arte – da un grande potere deriva una grande responsabilità – avrebbe recitato il manoscritto – da oggi sei stato accettato alla tavola rotonda di “chihaqualcosadadire”, ti concediamo mille “bollini” argentati, fanne buon uso figliolo! – e invece niente. Un rotolo di nastro. In un sacchetto di carta. Per scrupolo controllo e mi accorgo che avevano sbagliato la stampa (ero diventato enZa bardi!!), torno al bancone e faccio presente il loro errore. L’omino dei “bollini” si scusa, si gira, va verso una macchina alle sue spalle, preme dei bottoni. La macchina inizia a girare. Mentre la “stampatricedibollini” lavora riesco a sbirciare dietro le quinte dell’ufficio dei “bollini“. Ci sono 4 o 5 scrivanie colme di faldoni, moduli, carta, cartelline, timbri e prestampati. Impiegati (almeno 2 per scrivania) che camminano, si consultano, scrivono qualcosa sulle loro scrivanie coperte da pile di fogli. Poi tornano a cercare i colleghi con lo sguardo. Seriosi. Statali.
Immagini che la mia memoria associa ai servizi del telegiornale su mani pulite, sui processi, sui tribunali. Ogni volta che la notizia riguarda qualche processo, le immagini sono sempre le stesse: carrellini pieni di faldoni, montagne di fogli, evidenziati, oscurati, duplicati. Impilati su scrivanie stracolme che ti viene da pensare che sia owio che i processi durino decenni – ammesso che uno di quei fogli contenga il nome dell’assassino scritto in maiuscolo col pennarello rosso ci vorranno comunque dieci anni per controllarli tutti! Sono ancora li perso nei miei pensieri da incubo burocratico quando l’omino dei “bollini” mi fa – ecco i suoi “bollini“, scusi per l’inconveniente.

Trenta-Fottuti-Secondi.

Ci sono voluti 30 secondi. Ho aspettato 3 settimane. La siae è una stampante che in 80 anni ha accumulato una coda di stampa di tre settimane, persa tra una burocrazia inestricabile di carta, polvere, menefreghismo e ruberie. Tre settimane. Trenta secondi.
A quel punto mi è salita una certa voglia di dire quale fosse il mio pensiero a riguardo. Il mio educato intervento si può riassumere così:

– Maledetti monopolisti obesi, cani gonfi e malati che cazzo ci fate in 10 qui? Controllate che la stampante funzioni mentre giocate a battaglia navale? Tre settimane per un lavoro di pochi secondi??!!!? Ma lo sapete che il giorno che liberalizzano sta storia dei bollini vengo qua fuori con un ciclostile a manovella come Totò nei soliti ignoti e vi faccio chiudere in tre giorni??? Tre settimaneeeeeee per trenta secondi di lavorooooooooooo!! Caniiiiiiii 

Applauso degli altri due bollinandi, uscita trionfale – o meglio fuga precipitosa – prima che i 5 secondi di “imbarazzo x pazzo che sbraita” finissero e che i 10 giocatori di battaglia navale mi inseguissero brandendo le loro appuntitissime matite.

Pare che quel giorno sia arrivato.

Nessuno di voi ha un ciclostile? Dawero!! Nessuno? Dai?!! Ora volete dirmi che nessuno di voi ha uno zio falsario o brigatista??.. dai, non ci credo…

EB